A scrivere un’opera sul gesto eroico compiuto da Muzio Scevola ci aveva già pensato Georg Friedrich Händel, che la presentò per la prima volta il 15 aprile del 1721 al King’s Theatre di Londra. (David Toschi – operaclick.com)

Quasi tre secoli dopo, il compositore Szabolcs Mátyássy, vincitore del Key to the Future 2016 il Concorso di Composizione operistica che invita a «scrivere l’opera popolare della nostra epoca», indetto dal Bartók Plus Opera Festival di Miskolc, in Ungheria, riprende la vicenda, la trasporta in un tempo indefinito all’incrocio dei millenni e ne rielabora il titolo in Scævola.

Mátyássy ha le idee chiare. Si avvale di László Jánik per la scrittura di un libretto che contenga tutti i caratteri che in un’opera di oggi ci si possono aspettare: viscerale, monumentale, elementare e senza tempo. Che in termini di drammaturgia più spiccia corrispondono ad amore e sessualità, paura e coraggio, amore e morte. Ve ne saranno alcune meglio sviluppate di altre, ma il risultato complessivo lascia l’impressione di un libretto ben equilibrato e di un risultato fonetico apprezzabile, visti e considerati i non pochi impicci cui la lingua ungherese obbliga.

Mátyássy decide di utilizzare la situazione di guerra interpretandola attraverso la struttura della tragedia. Imposta un coro polifonico che aprirà e chiuderà l’intero lavoro e che sia pronto ad offrire (anche attraverso la separazione degli organici maschili e femminili) sostegno ai momenti più intensi della vicenda.

Descrive poi un articolato sotteso musicale in dissonanza, ma che prevede interventi tonali e melodici anche ricorrenti per temi. Per accompagnare il canto nei ritagli più lirici incarica Il flauto che, sviluppato all’unisono, compone melodie piuttosto accattivanti, condotte quasi sempre in tessitura centrale. Non crea quindi difficoltà esasperanti per i cantanti, che trovano il canto sfogato nei momenti drammatici e anche alcuni interessanti contrasti armonici negli insiemi, risolti quasi sempre dalla chiara voce tenorile a stagliarsi sulle altre. Il ritmo è veloce e i differenti contesti si dipanano in maniera intellegibile per arrivare alle scene clou: quella del rogo conseguente al sacrificio della mano di Scevola, quella della violenza su una donna e quella in cui compare poi, nelle vesti della Pace, il soprano Andrea Rost. Il celebre soprano ungherese si è prestata volentieri al cameo per sostenere «il futuro dell’opera, inconcepibile senza un po’ di aiuto ai compositori all’inizio della propria carriera».

In realtà il suo intervento ha rappresentato il punto più basso dell’intera rappresentazione. È sembrato essere stato infilato lì per caso ed è anche stato realizzato con maccheronica approssimazione. La Rost compare in un vestito improbabile, e con una fascia elastica fluorescente lungo l’intero braccio destro, sopra una specie di ponte, sul quale l’accorrere di due energumeni consente di porre un leggio davanti al quale finalmente il soprano canta la sua aria (totalmente fuori stile rispetto al resto) con voce affaticata e mostrando un preoccupante, quanto fastidioso, vibrato.

Tolto l’episodio e relegato nel dimenticatoio, Mátyássy ha insomma presentato un lavoro di poco più di un’ora veramente interessante e ben realizzato. Degno di un primo premio in un Contest internazionale per la composizione di opera lirica. Degno di rappresentare un ottimo punto di partenza per la carriera di compositore d’opera che auguriamo egli possa svolgere nel migliore dei modi possibili.
La regia di András Almási-Tót, ha trattato con dovizia di particolari le scene principali tralasciando forse un po’ le situazioni di contorno, ma presentando complessivamente uno spettacolo ben articolato e comprensibile su scenografie curate da Tamás Rakay e Zita Safranek. Essenziale quanto intrigante il contributo coreografico di Dóra Barta.

I costumi di Richárd Márton, strisce di pelle nera appiccicati addosso, erano ben concepiti per la rappresentazione dei soldati e delle scene di guerra. Inguardabili invece quella specie di tuniche dai colori verdi e grigi indossati prevalentemente nelle scene dialogiche.
Ottimo il contributo offerto dall’organico della Miskolci Szimfonikus Zenekar(l’Orchestra Sinfonica di Miskolc)e dalcoroÁ la cARTe.
Buono l‘intero cast dei cantanti, con protagonisti dall’ottima resa vocale e scenica fra cui sono emersi Lilla Horti, soprano dal timbro prezioso e dall’intensità drammatica solida; Roland Tötös, tenore dotato di convincenti colori nella zona alta della tessitura e il basso Attila Erdős, che ha definito il suo ruolo con ammirevole precisione e buona intenzione vocale.

Ottima la conduzione precisa e dalle sonorità ricercate che il gesto e l’autorevolezza di Szabolcs Sándor hanno saputo garantire allo spettacolo, sempre coeso anche nel rapporto fra buca e palcoscenico.

Applausi davvero entusiastici e successo chiarissimo per questo lavoro da riascoltare e rivedere molte e molte altre volte ancora!

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