Nyomtatás

Sarà pur vero che il Maestro e Margherita di Mickail Bulgakov è uno dei libri più importanti della letteratura moderna e che, come ebbe a dire Montale, si tratta di «un miracolo che ognuno deve salutare con commozione», ma pensare di mettere in scena un’opera da un testo che, come questo, conta 146 personaggi ai quali vanno aggiunti 24 animali, fra oranghi e scimmie che suonano in un’orchestra jazz, è compito mastodontico per qualsiasi librettista e, aggiungo con certezza, per qualunque compositore, moderno, contemporaneo o che dir si voglia. (David Toschi – operaclick.com)

Fatto sta che Levente Gyöngyösi, quarantenne compositore ungherese, pur di nascita rumena, ci pensa qualche anno e poi assoldato come librettista Szabolcs Várady trova il BartòkPlusz OperaFestival di Miskolc che lo produce e lo presenta lì, in forma concerto sul palcoscenico del teatro Nazionale della cittadina ungherese.

Sgombriamo subito il campo da inutili polemiche. Il Maestro e Margherita non è un’opera. È un Musical, nella sua forma più pura che include un organico orchestrale sinfonico con uno rock, più fisarmonica, sassofoni e sintetizzatore per gli effetti elettronici. È musica alternata o integrata fra il classico e il pop, con solidità e precisione, punto di forza di questo spettacolo che al pubblico è piaciuto tantissimo e che potrebbe anche trovare ulteriore circuitazione.

Scritto ed eseguito in lingua ungherese, con sopratitoli nella stessa lingua, che hanno agevolato la comprensione fonetica di questa complicatissima lingua senza però palesare alcuna traccia di quanto stava svolgendosi in palcoscenico, il musical ha lunghezza canonica intorno alle tre ore, intervallo compreso, ed è basato su una compagnia di cantanti tutti in grado di cantare impostati o al naturale.
Tanti i prestiti da musical famosi come Cats e Jesus Christ Sueprstar, così come da precedenti esperienze dell’opera rock come Pictures at an Exhibition degli Emerson Lake and Palmer. Gli interventi corali si limitano per lo più a momenti enfatici e non brillano affatto per originalità o particolari difficoltà tecniche. Le linee di canto anche, pur cercando melodie suggestive, risultano davvero costrette nei limiti di una semplicità che dopo un po’ annoia. Gli insiemi (duetti, terzetti e qualche concertato) insistono sul canto all’unisono che agevolerà pure la comprensione del testo (non a noi che d’ungherese capiamo nulla) ma pagano certamente il prezzo dell’ingenuità e del didascalismo.

Fra le migliori prestazione dei cantanti si segnala Péter Balczó, tenore nel ruolo del Maestro e di Jesua, che ha timbro gradevole e uniformità nel passaggio: Margherita, affidata al soprano Orsolya Sáfár, trova invece poco appoggio nella zona centrale e grave, migliorando soltanto nella zona più acuta della tessitura. Woland, interpretato dal basso Krisztián Cser è voce autorevole e pienamente sfruttata dal compositore che gli affibbia spesso canto sfogato e declamato, ma la miglior pasta vocale si è dimostrata, a mio avviso, quella dell’altro basso, István Kovács dal timbro nobile e dalla facile modulazione. Donát Varga, Tivadar Kiss, Ildikó Szakács, András Hábetler buon bass-bariton, László Kálmán, András Kőrösi e Kornélia Bakos completano con esisti alterni la compagnia di canto, che s’è avvalsa anche del modesto contributo del controtenore Zoltán Gavodi, penalizzato forse da una scrittura davvero fuori registro per lui.
La Ernő Dohnányi Symphony Orchestra, con i Cori di Budafok, il Cantemus Choir e quello di Nyíregyháza hanno eseguito sotto la bacchetta sicura e piuttosto carismatica di Gábor Hollerung, sempre in grado di controllare tutto con estrema precisione.

Grande successo, con gli applausi più convinti al compositore che da queste parti è di casa e che non è alla sua prima esperienza.

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