A pensarci un poco, fin dalle prime note dell’Ouverture, Candide potrebbe essere considerata in ambito lirico come il Viaggio a Hollywood di Bernstein. (David Toschi – operaclick.com, 03. 07. 2017.)

Viaggio perché alla fine, come in quello rossiniano, non si arriva da nessuna parte; Hollywood perché, alla fine, il mondo attraversato da Pangloss, Cunegonde, Candide e l’atra trentina di personaggi che compone il cast, è definito più dal suono e dall’allure dei nomi delle città (Lisbona, Parigi, Cadice, Buenos Aires, Montevideo e Venezia), che dall’attraversamento delle stesse.

A questo viaggio onirico, sembra ispirarsi anche Magdalena Fuchsbergers, regista di questa produzione del Teatro di Pforzheim, allestita qui al Festival Bartok Plusz 2017 di Miskolc (Ungheria), che sceglie una scena unica, caratterizzata via via da pochi elementi a indicare i luoghi diversi.

Di Candide si dice sia un’opera comica ma triste; un’operetta allegra ma dall’ironica malinconia; un musical scintillante ma dall’arguta e irrisolvibile critica filosofica e sociale.

Candide è tutto questo. È l’emblema stesso del testo letterario che fondendosi in Opera, si trasforma in drammaturgia sfaccettata e inafferrabile. È Singspiel ed è Operetta, è al tempo stesso Pièce d’avanspettacolo ed è Opera lirica.
La si legga come si vuole, con Candide Bernstein ha generato un mostro multiforme che aggredisce i linguaggi e li plasma in un universo compiuto che ha nel porre domande il suo principale obiettivo (Michele Girardi ebbe a definirla monstrum semiologico, nell’allestimento scaligero di Carsen del 2007).

Il senso stesso della sua natura dubitativa è quello che una produzione dovrebbe sforzarsi di realizzare.
Lennie il socialista (uno dei soprannomi più azzeccati affibbiati a Leonard Bernstein) è lui stesso la ricerca del migliore dei mondi possibili intrapresa da Candide.

Come nella candida (via, perdonatemi l’ardire) filosofia di Voltaire, il lavoro di Bernstein mira a una presa d’atto sul mondo che, per quanto imprevedibile nei suoi anche terrificanti accadimenti, deve essere preso nel migliore dei modi: senza estremismi ideologici o religiosi che trascendano verso un pessimismo autopunitivo (autodafé) o un ottimismo irrazionale che negherebbe la consapevolezza delle proprie responsabilità.

Magdalena Fuchsbergers, sceglie la versione scozzese del 1988 per proporre i testi pressoché integrali dei dialoghi (recitati qui in tedesco, mentre il canto sarà nell’originale inglese), ma anche di calcare a dismisura la mano sui caratteri più caricaturali dell’opera presentandola essenzialmente come un’opera comica, che nasconde alla fine gli elementi filosofici, interrogativi, illuministici che quest’opera invece è capace di esaltare con ironie, grottesco e paradossi qui sempre relegati in secondo piano.

Altro difetto evidente di questa produzione, cui si potrebbe forse metter limite con poco impegno, è quello della durata. Passino i recitativi secchi completi, si sottragga però almeno un poco dalla recitazione di questi ultimi, si limino le pause e le caratterizzazioni di questi passaggi, si ricorra a una recitazione più affilata.

La compagnia di canto ha trovato presto in Elisandra Meliàn la sua interprete di punta. Il soprano di coloratura canario ha giganteggiato nell’aria Glitter and be gay, esibendo anche una cadenza al fa naturale6 non obbligatoria. Anche il resto del suo personaggio è apparso convincente e ben disegnato, pur con qualche debolezza nella zona centrale dove il timbro perde di consistenza diventando quindi poco udibile, costringendola a forzare.

Alla ricerca del canto naturale è invece costantemente uno degli altri protagonisti, Candide, che ha la fisicità aggraziata e i movimenti spontanei e plastici del tenore tedesco Johannes Strauss. Purtroppo ancora alla ricerca di una voce, il suo timbro naturale non è niente di seriamente promettente e gli inciampi sull’intonazione, dovuti prevalentemente a passaggi totalmente spoggiati e ancora inconsapevoli, gli consigliano studio, studio e ancora studio prima di ritornare al pubblico.

Nel ruolo, qui più attoriale che lirico, di Voltaire/Pangloss/Martin/Cacambo, Chris Murray se la cava con sapiente esperienza scenica e mezzo vocale consistente.

Anna Agathonos, mezzosoprano, interpreta con autorevolezza e disinvoltura il ruolo della Vecchia signora, personaggio spesso sottovalutato ma importante nel definire le varie fasi della narrazione. L’innumerevole resto del cast dimostra buona preparazione e coerenza ai personaggi interpretati, facendo filare lo spettacolo sui tempi decisi (ahinoi) soprattutto dai dialoghi e dall’interpretazione degli stessi.

Pur esprimendo colori e dinamiche apprezzabili, la Badische Philarmonie Pforzheim, diretta da Balázs Kocsár, non è riuscita a infondere al suono quell’omogeneità e compattezza che garantiscono un buon sincrono col palcoscenico. Buona la parte coreografica ideata da Guido Markowitz.

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