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Věc Makropulos

Il mito della cantante d’opera, della diva dalla voce irresistibile e irripetibile andò in scena per la prima volta a Brno nel 1926. Věc Makropulos (“L’affare Makropulos”), così come concepito dal compositore moravo Leóš Janáček, è stato riproposto in una delle sue più pertinenti letture: quella di Dmitrij Bertman (prodotta dal Teatro Helikon di Mosca) al Teatro Nazionale di Miskolc, in Ungheria, in occasione dell’Opera Festival Bartók Plusz 2016.

Festival, come si è già descritto nello speciale in home page, che ha anche il pregio di accostare a produzioni proprie alcune fra le più significative realizzazioni dei teatri europei e internazionali (nel 2014 toccò alla Napoli milionaria del Teatro del Giglio di Lucca), il Bartók Opera Festival permette ai cittadini di Miskolc e agli ospiti del festival di confrontare in pochi giorni le più contemporanee visioni del panorama lirico-operistico.

Il Věc Makropulos qui andato in scena ha il merito di avere proposto un modello di realizzazione che, scevro dagli eccessi umoristici e dalle insistenze narrative, legge il lavoro di Janáček come un’intima vicenda esistenziale cui l’universo estraneo al personaggio di Elina si propone in modo soltanto decorativo.
Non è il giallo della formula, insomma, a interessare Janáček, ma il dramma intimo della sua eroina, quell’Elina Makropulos, figlia di quell’Hieronimos, medico personale dell’imperatore Rodolfo II che su lei, sulla sua bambina, dovette sperimentare l’elisir di lunga vita che le impone la non trascurabile età di 337 anni.
Nella protagonista non c’è tensione verso l’iperlongevità, ma un costante confronto fra la vita e la morte.

Elina è stanca della sua lunga esistenza, irrigidita e algida, insensibile quanto cinica nei confronti di chi, come il resto del mondo, nasce, vive e muore nella culla del proprio secolo. Elina si accorge ancora della propria umanità quando sentirà prossima la fine. E sarà la morte e non l’amore a sciogliere la principessa di gelo di Janáček.

Allestimento collaudato e molto apprezzato, questa produzione dell’Helikon si distingue per la coerenza degli elementi decorativi e la suggestiva scena unica che cambia soltanto in pochi dei suoi fondamenti, riuscendo tuttavia a proporre ambienti differenti e credibili.

Alla conduzione chiara ed essenziale di Konsztantin Hvatinec sono perfettamente corrisposte, da parte dell’Orchestra e Coro dell’Helikon, le tessere del mosaico inquieto intessuto da Janáček e composto in quest’occasione con efficacissimi effetti sonori che richiamano all’urgenza dell’enigma, all’irrealtà del teatro così come solo i migliori organici possono, sapientemente, rappresentare.

Nel Makropulos dell’Helikon c’è tutto il caleidoscopio musicale sintetizzato dall’autore ceco, che anche il comparto vocale ha saputo rendere estremamente efficace trasformando il declamato in parola, modellando il canto energico sui singoli segmenti musicali.

L’opera, nonostante gli elementi fantastici sottolineati da alcuni momenti più lirici, resta comunque ben legata al realismo di Janáček, capace di connettere all’incedere della vicenda i motivi continuamente variati, scomposti e ricomposti.

Straordinaria la prova attoriale di Natalia Zagorinskaya interprete insuperabile di una Elina/Emilia Marty alle prese con l’incoscienza prima e la consapevolezza poi di una vita umana irraggiungibile e raggiunta. Il suo corpo e le sue espressioni si sono perfettamente adeguate al personaggio e al suo cambiare, mentre la voce, dal timbro gradevole ma anche aspro e nervoso quando richiesto, ha seguito perfettamente le linee musicali richieste dalla parte.

Ottime anche le prove di Dmitri Khromov, Albert Gregor di spessore, e quella di Dmitry Yankovsky, Prus, che ha supplito a qualche debolezza timbrica con dimostrato mestiere e duttilità caratteriale.

L’intero cast è apparso in perfetta coerenza con le scelte registiche e musicali. Bravissima Marina Kalinina, Kristina effervescente quanto la giovane età e la sua ambizione dovevano dimostrare; bravo Alexander Klevich, Janek dalla voce da maturare ma dalla sicura presenza attoriale; buono il Vitek disegnato con mezzi sufficienti da Andrey Palamarchuk. Da ricordare ancora l’Avvocato, ben interpretato da Dmitry Skorikov; il Conte dal timbro chiaro di Mikhail Seryshev; il Macchinista del basso Dmitry Ovchinnikov, preciso e sempre udibile negli insiemi; la donna delle pulizie di Marina Karpechenko; la sempre intonatissima cameriera di Ekaterina Oblezova e la moglie di Hauk benissimo interpretata en travesti dal disinvolto e caratteristico Alexander Borodovsky.
Pieno e meritatissimo successo cui il pubblico ha tributato interminabili applausi ritmati, alla maniera europea!

La recensione si riferisce alla recita del 12 Giugno 2016

David Toschi

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